Non capisco il timore di Illy
nel dire la parola Friuli
Ho letto con notevole attenzione l’intervento di Riccardo Illy “Il Friuli e gli
altri”. Dico subito che, se dal candidato di centro-sinistra si ascoltano
proposte in merito a una diversa articolazione della regione, da altera pars,
ovvero dal centro-destra, gli autonomisti hanno vanamente atteso una
dichiarazione forte riguardo al futuro dell’istituto regionale. Chi scrive
ricorda ancora simpatici manifesti affissi da Forza Italia proclamanti “Il
Friuli e Trieste come Trentino e Alto Adige”. Ma forse, quelli, erano solo spot
pubblicitari per carpire la buona fede di qualcuno.
Ciò che non condivido – nell’assunto di Riccardo Illy – è una sorta di timore
nel pronunciare la parola Friuli, quasi che il Friuli non esistesse «perché
goriziani e pordenonesi non sono d’accordo».
Vivaddio, il Friuli esiste perché lo sancisce la storia, quella stessa storia
che va compresa e accettata in tutti i suoi processi epocali, anche quello del
1947 che vide la nascita della regione Friuli-Venezia Giulia, con il trattino,
proprio perché evidente unione di due realtà contraddistinte. Non pare che a
nessuno fosse venuto in mente di chiamare la nostra regione Udine - Gorizia -
Pordenone - Trieste, «perché goriziani e pordenonesi non sono d’accordo». Tra
l’altro, sempre per rispetto della storia, è bene ricordare che fino al 1968
tutto il territorio dell’attuale provincia di Pordenone era ricompreso nella
provincia di Udine e si andò vicini a veri e propri scontri di piazza
allorquando alcuni comuni friulani, felici di stare con Udine, si trovarono
istituzionalmente dalla parte di Pordenone (Forgaria nel Friuli è il più
illuminante esempio, ma anche a Spilimbergo si aprirono accesi dibattiti
sull’opportunità di stare con Pordenone).
La diversità di vedute è un dato che storicamente contraddistingue queste terre
e meno male che c’è dibattito. Il problema, tuttavia, è mal posto poiché non è
tanto il Friuli che intende aggregarsi ricercando un’unità che si vorrebbe
difficile (che fine ha fatto il progetto Assemblea delle province friulane,
condiviso dai presidenti provinciali di Gorizia e Pordenone Brandolin e De Anna,
per il quale si batté, a livello propositivo, mio padre Gino di Caporiacco e a
livello operativo si impegnò molto Arnaldo Baracetti?), ma è Trieste che vuole
secedere dalla regione e quindi, per una sorta di conventio ad excludendum,
Trieste si ritroverà sola (escludendo dall’aggregazione altre realtà
territoriali) e il Friuli tutto unito dall’altra parte.
Lasciamo fare ai triestini che ancora una volta – è il caso di dirlo –
dimostrano di avere molta più spregiudicatezza e improntitudine dei friulani. Ci
compiacciamo di avere un candidato presidente della Regione triestino il quale
ragiona, prudentemente, da friulano, avendo timore a pronunciare la parola
Friuli.
Nel frattempo io leggo, su questo giornale, in data 31 gennaio, titoli come
«Trieste: “secessione” dal Friuli» con tanto di iniziativa istituzionale della
Provincia e del Comune di Trieste i quali hanno preso carta e penna e scritto al
presidente della Camera Casini (chissà perché poi a lui?) per ottenere «un
distacco della città dal Friuli sul modello del Trentino-Alto Adige». Penso che
non si tratti di un’iniziativa goliardica. Vada pure avanti Trieste (noi
friulani, naturalmente, poco coraggiosamente dietro), ma il fine è il medesimo.
Alberto di Caporiacco
Lega Friuli - Fuarce Friul
Articolo pubblicato su Messaggero
Veneto di Udine rubrica lettere del 6 febbraio 2003