L'OPINIONE
di Gino di Caporiacco
Friuli, l'incubo dei proconsoli
<<La nascita del "Friuli storico" non sarebbe che il primo passo per dar vita a una sorta di "Stato regionale" tendenzialmente indipendente e sovrano >>.
<<E' il segno di "friulanità" così particolaristica, protestataria, chiusa e gelosa da sconfinare, esplicitamente o implicitamente, nel separatismo >>.
Queste due severe censure sembrerebbero mi siano cadute addosso come macigni capaci di seppellirmi. Vade retro a chi pensa all'identità friulana come valore da difendere!
Tu (io) - traditore
della patria (quale?) - trami per costituire uno Stato friulano sovrano anche
facendo risorgere Bertrando!
Così, col severo dito puntato verso di me, si ergono Alessandro Maran (per
inciso, segretario regionale dei Democratici di sinistra, partito al quale sono
iscritto, e da Maran sono ancora in attesa di scuse per un malevolo giudizio
apparso su queste colonne il 16 novembre 1999, essendo risultati finora vani
tutti i miei appelli agli organi istituzionali del partito) e Mario Cervi, ai
tempi articolista del "Corriere della Sera".
Eh sì, perché tra questi due coincidenti anatemi stanno la diversità politica
degli autori e la diversità temporale: Cervi scrisse così il 18 aprile 1968,
alla vigilia delle elezioni regionali che mi videro eletto; Maran l'altro giorno
su questo giornale.
Sono passati, dunque, 31 anni eppure l'infondata accusa
rimane sempre la stessa.
Credo di avere il diritto di difendermi. Lo faccio
appellandomi a una legge della Repubblica italiana (la legge 482 del 1999) che,
rendendo finalmente giustizia non soltanto ai friulani ma anche ad altre 11
"minoranze linguistiche storiche" presenti nello Stato, ne ha
certificato l'esistenza e il diritto alla tutela.
L'articolo 3 di questa legge recita: "La delimitazione
dell'ambito territoriale e subcomunale in cui si applicano le disposizioni di
tutela delle minoranze linguistiche storiche previste dalla presente legge è
adottata dal consiglio provinciale, sentiti i comuni interessati, su richiesta
di almeno il quindici per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali e
residenti nei comuni stessi, ovvero di un terzo dei consiglieri comunali dei
medesimi comuni".
Da questa normativa
appare evidente che, in presenza di una minoranza tutelata dalla legge, se ne
può (attenzione: non se ne deve!) delimitare l'ambito territoriale. Maran
scrive incautamente che <<il riordino del governo locale>>
servirebbe a chi sostiene la tesi alla quale fermamente si oppone, cioè << a delineare una "patria" e un
"popolo", definendo un territorio etnico omogeneo e circoscrivendo una
specie di anacronistica e ottocentesca "area nazionalitaria" friulana
di tipo federativo, avente Udine come capitale>>, concludendo che questo
non sarebbe che il catastrofico preludio alla proclamazione di uno Stato
"indipendente e sovrano".
Che cosa sta invece accadendo in Friuli? (e un accorto
politico, come dovrebbe essere il segretario di un grande partito, se ne
dovrebbe essere accorto).
Un ampio schieramento sicuramente "trasversale",
ovvero non composto solo da quei quattro friulanisti tra i quali ho l'onore di
annoverarmi come era nel 1968, sta - anche attivando la base popolare attraverso
una raccolta di firme - riproducendo ancora una volta ai politici (a quelli
abili e anche a quelli meno abili) la questione della delimitazione geografica
(non storica) del Friuli, percorrendo niente altro che quella democratica via
prefigurata dalla richiamata legge.
E a questa legge si richiamano anche quelli che
chiedono maggiore rappresentazione del Friuli dalla radio e dalla televisione di
Stato, poiché nell'art. 12 è detto:"Nella convenzione tra il ministero
delle telecomunicazioni e la società concessionaria del servizio pubblico
radiotelevisivo e nel conseguente contratto di servizio sono assicurate
condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche nelle zone di
appartenenza. Le regioni interessate possono altresì stipulare apposite
convenzioni con la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo
per trasmissioni giornalistiche o programmi nelle lingue ammesse a tutela,
nell'ambito delle programmazioni radiofoniche e televisive regionali della
medesima società concessionaria; per le stesse finalità le regioni possono
stipulare appositi accordi con emittenti locali".
Si tratta quindi di iniziative assolutamente limpide, senza
secondi fini, che sono conseguenti a quella importante svolta determinata
dall'approvazione della citata legge 482 e, recentemente, anche dalla legge di
tutela della minoranza nazionale slovena.
Insomma, a Roma, nel Parlamento della Repubblica, si è
finalmente capito (sospinti anche dal Parlamento europeo) il diritto delle
minoranze nazionali e linguistiche e si è dato alla gente e alle istituzioni
gli strumenti per farsi protagonisti; in provincia - che spesso accusa Roma di
non capire i problemi o di capirli in ritardo - taluni, anziché pacatamente
ragionare, agitano gli spettri della secessione e dell'indipendenza e le voglie
di riconquista di patrie perdute.
I proconsoli, insomma, non sono in sintonia né con il centro né con la gente che li attornia. Vivono le loro paure chiudendosi (loro sì) e cercano di trasmettere questi loro irragionevoli timori alla gente attraverso la prospettazione di scenari istituzionali che sono solo frutto dei loro incubi.
Edito sul Messaggero Veneto del 2 marzo 2001